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Carlo V. Fiorio
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Sulla scuola pubblicaErri De Luca
[...] Tornai verso casa continuando a pensare alle lezioni. C'era una
generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva a uno come me
di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una
società per mettere in pratica il compito. L'istruzione dava importanza a noi
poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non
ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura
permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori Il giorno prima della felicità, 2009, ed. Feltrinelli, pag. 125 |
Un contributo al dibattito sulla scuolaPiero Calamadrei Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un
partito al
potere, un partito dominante, il quale però formalmente
vuole
rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole
fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per
manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata
dittatura. Allora,
che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per
trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le
scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è
una certa
resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il
fascismo c'è
stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è
tutta
un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole
pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e
comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le
scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure
cominciano ad andare a queste scuole, perché in fondo sono
migliori si
dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini
che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole
pubbliche alle scuole private. A 'quelle' scuole private.
Così la
scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante,
non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di
partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle
scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna
tenere
d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre
modi, ve l'ho già detto, per rovinare le scuole di
stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico. III
Congresso dell'Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, 11 febbraio 1950 Pubblicato nella rivista Scuola Democratica, 20 marzo 1950, grazie a Giovanni per avermi segnalato questo pezzo Meno male che c'è DoraFa freddo, fuori piove, siamo sedute in cerchio, come alcolisti anonimi, su minuscole seggiole, una ventina di Gulliver radunate loro malgrado a Lilliput, tristemente solo donne. Teniamo i cappotti addosso e le borse a tracolla, come chi è di passaggio e sta scomodo. Lei, il capo, ha l'aria dolente e rassegnata del capro espiatorio. Se lavorasse in una multinazionale americana un corso di coaching motivazionale non glielo toglierebbe nessuno. E invece è qui, sotto le luci al neon di un mondo troppo piccolo per noi. "Questo posto rispecchia la situazione della nostra città e del nostro paese", annuncia con tono monocorde, covando forse l'intima illusione che un eloquio soporifero ottunderà i nostri sensi e ci impedirà di cogliere la miseria del quadro che il destino e il suo ruolo dirigenziale le impongono di tracciare. Non si dilunga sulle infiltrazioni d'acqua che macchiano il soffitto, sulla mancanza di carta igienica, sui 28 bambini, tra i tre e i sei anni, che affollano le classi. Perché questi sono problemi noti, anomalie divenute norma, in gergo giornalistico non-notizie. Perché noi, madri dei bambini della classe rossa di una scuola materna milanese, ci ostiniamo a scegliere il pubblico e le infiltrazioni e tutto il resto ce li siamo cercati. Sarà perché non ha mai fatto un corso di coaching motivazionale, ma la dirigente scolastica sembra pensare proprio questo. I problemi, in questa riunione sotto il neon dentro e la pioggia fuori, sono altri. "Nell'organico delle 170 scuole materne comunali mancano oggi 140 docenti. Siamo fortunati perché qui da noi manca soltanto mezza educatrice". "Mezza?" "Dividiamo un'educatrice a metà con un altro asilo, è un bel risultato". La classe rossa ha poi diritto ha un insegnante di sostegno perché, tra i bambini, c'è Alessio che è disabile. Tuttavia nelle scuole dell'infanzia milanesi ci sono 190 insegnanti di sostegno per 347 bambini disabili. Pertanto solo tre giorni alla settimana, nella classe rossa, qualcuno si occupa di Alessio e della sua integrazione. E gli altri giorni? "Ci si arrangia". Possiamo arrangiarci noi, signore con il cappotto, la borsetta e il privilegio di poter partecipare a una riunione alle quattro di un pomeriggio feriale, può arrangiarsi chi ha la facoltà di scegliere ma Alessio no. Lui ha tre anni ed è titolare di diritti esigibili che, chiedendogli di arrangiarsi, vengono calpestati. Ma questa è la scuola pubblica e non ce lo ha ordinato il medico di iscrivere qui i nostri figli. Nella classe rossa, inoltre, c'è Luca che viene definito un "bambino difficile". Luca ha cinque anni, a volte è aggressivo, spesso infelice. "Luca ha sputato addozzo alla maestla, ha dato un calzo a Simone e ha stlappato un disegno mio", racconta mio figlio, la cui testimonianza in tribunale, fortunatamente per tutti noi, non avrebbe valore probatorio. Luca ha molti problemi ma non abbastanza per avere diritto a un aiuto dedicato. Così viene lasciato solo, in una classe satura di bambini, affidata alla dedizione di due educatrici, eroiche ma non onnipotenti. "Dimenticavo: da gennaio Anna, Elena e le altre tre commesse, le signore che controllano l'ingresso della scuola, accompagnano i bambini in bagno e li aiutano durante i pasti, non ci saranno più". "Che fine faranno?". "Non si sa, il Comune le destinerà altrove". "Chi verrà al loro posto?". "Cooperative". "Chi controllerà le cooperative? Chi stabilirà se i loro dipendenti sono in grado di aiutare i bambini?". "Non lo so". "Ora purtroppo devo andare dalle mamme della classe viola", comunica la dirigente-Malaussène. Ci lascia con Dora, l'insegnante di religione che, nei cinque anni in cui, grazie ai miei figli, ho ri-frequentato la scuola materna, non è mai mancata. Nominata dalla curia, pagata dallo Stato. Una delle poche certezze della scuola pubblica. D di Repubblica, Dicembre 2010, N. 723
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