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Carlo V. Fiorio


I graduated in economics (DES) at Bocconi University, Milan in 1997, then moved to London for an MSc in econometrics and mathematical economics and a PhD in economics, which I completed in 2004. I am Associate Professor of public economics at the University of Milan, where I arrived in 2005 and where I teach undegraduate economics and graduate public economics. I am also Reseach Fellow at Econpubblica, research center on the public sector of Bocconi University and Senior Research Fellow at the Research Institute for the Evaluation of Public Policies (IRVAPP-FBK, Trento).

My research interests include public economics, applied econometrics, inequality analysis, labour economics.
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Grapes of Wrath

John Steinbeck

Pa asked, "What's he disappointed about if he got a million acres?"

The preacher smiled, and he looked puzzled. He splashed a floating water bug away with his hand. "If he needs a million acres to make him feel rich, seems to me he needs it cause he feels awful poor inside hisself, and if he's poor in hisself, there ain't no million acres gonna make him feel rich, an' maybe he's disappointed that nothin' he can do'll make him feel rich, not rich like Mis' Wilson was when she give her tent when Grampa died. I ain't tryin' to preach no sermon, but I never seen nobody that's busy as a prairie dog collectin' stuff that wasn't disappointed." He grinned. "Does kinda soun' like a sermon, don't it?"
Chapter 18

Sulla scuola pubblica

Erri De Luca

[...] Tornai verso casa continuando a pensare alle lezioni. C'era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L'istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori

Il giorno prima della felicità, 2009, ed. Feltrinelli, pag. 125


Un contributo al dibattito sulla scuola

Piero Calamadrei

Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A 'quelle' scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto, per rovinare le scuole di stato.

Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

 III Congresso dell'Associazione a Difesa della Scuola Nazionale, 11 febbraio 1950
Pubblicato nella rivista Scuola Democratica, 20 marzo 1950,
grazie a Giovanni per avermi segnalato questo pezzo

Meno male che c'è Dora


Fa freddo, fuori piove, siamo sedute in cerchio, come alcolisti anonimi, su minuscole seggiole, una ventina di Gulliver radunate loro malgrado a Lilliput, tristemente solo donne. Teniamo i cappotti addosso e le borse a tracolla, come chi è di passaggio e sta scomodo. Lei, il capo, ha l'aria dolente e rassegnata del capro espiatorio. Se lavorasse in una multinazionale americana un corso di coaching motivazionale non glielo toglierebbe nessuno. E invece è qui, sotto le luci al neon di un mondo troppo piccolo per noi. "Questo posto rispecchia la situazione della nostra città e del nostro paese", annuncia con tono monocorde, covando forse l'intima illusione che un eloquio soporifero ottunderà i nostri sensi e ci impedirà di cogliere la miseria del quadro che il destino e il suo ruolo dirigenziale le impongono di tracciare. Non si dilunga sulle infiltrazioni d'acqua che macchiano il soffitto, sulla mancanza di carta igienica, sui 28 bambini, tra i tre e i sei anni, che affollano le classi. Perché questi sono problemi noti, anomalie divenute norma, in gergo giornalistico non-notizie. Perché noi, madri dei bambini della classe rossa di una scuola materna milanese, ci ostiniamo a scegliere il pubblico e le infiltrazioni e tutto il resto ce li siamo cercati. Sarà perché non ha mai fatto un corso di coaching motivazionale, ma la dirigente scolastica sembra pensare proprio questo. I problemi, in questa riunione sotto il neon dentro e la pioggia fuori, sono altri. "Nell'organico delle 170 scuole materne comunali mancano oggi 140 docenti. Siamo fortunati perché qui da noi manca soltanto mezza educatrice". "Mezza?" "Dividiamo un'educatrice a metà con un altro asilo, è un bel risultato". La classe rossa ha poi diritto ha un insegnante di sostegno perché, tra i bambini, c'è Alessio che è disabile. Tuttavia nelle scuole dell'infanzia milanesi ci sono 190 insegnanti di sostegno per 347 bambini disabili. Pertanto solo tre giorni alla settimana, nella classe rossa, qualcuno si occupa di Alessio e della sua integrazione. E gli altri giorni? "Ci si arrangia". Possiamo arrangiarci noi, signore con il cappotto, la borsetta e il privilegio di poter partecipare a una riunione alle quattro di un pomeriggio feriale, può arrangiarsi chi ha la facoltà di scegliere ma Alessio no. Lui ha tre anni ed è titolare di diritti esigibili che, chiedendogli di arrangiarsi, vengono calpestati. Ma questa è la scuola pubblica e non ce lo ha ordinato il medico di iscrivere qui i nostri figli. Nella classe rossa, inoltre, c'è Luca che viene definito un "bambino difficile". Luca ha cinque anni, a volte è aggressivo, spesso infelice. "Luca ha sputato addozzo alla maestla, ha dato un calzo a Simone e ha stlappato un disegno mio", racconta mio figlio, la cui testimonianza in tribunale, fortunatamente per tutti noi, non avrebbe valore probatorio. Luca ha molti problemi ma non abbastanza per avere diritto a un aiuto dedicato. Così viene lasciato solo, in una classe satura di bambini, affidata alla dedizione di due educatrici, eroiche ma non onnipotenti. "Dimenticavo: da gennaio Anna, Elena e le altre tre commesse, le signore che controllano l'ingresso della scuola, accompagnano i bambini in bagno e li aiutano durante i pasti, non ci saranno più". "Che fine faranno?". "Non si sa, il Comune le destinerà altrove". "Chi verrà al loro posto?". "Cooperative". "Chi controllerà le cooperative? Chi stabilirà se i loro dipendenti sono in grado di aiutare i bambini?". "Non lo so". "Ora purtroppo devo andare dalle mamme della classe viola", comunica la dirigente-Malaussène. Ci lascia con Dora, l'insegnante di religione che, nei cinque anni in cui, grazie ai miei figli, ho ri-frequentato la scuola materna, non è mai mancata. Nominata dalla curia, pagata dallo Stato. Una delle poche certezze della scuola pubblica.

D di Repubblica, Dicembre 2010, N. 723